GIORNO 267 – STUNG TRENG – 86 KM

W E L C O M E . T O . C A M B O D I A

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Gravel road in Cambodia
Cambodia street market

Carichiamo le nostre biciclette su di una piccola barchetta: è il nostro passaggio fino alla terra ferma. I primi 20 km della giornata, gli ultimissimi in Laos, sono un tripudio di emozioni e di ricordi piacevoli. Scorrono veloci, complice anche l’arietta fresca del mattino e la strada asfaltata.

Arriviamo alla frontiera alla buon’ora. Ci richiedono i passaporti da uno sgabbiotto oscurato, dal quale non riusciamo a vedere chi parla. Dobbiamo chinarci e sbirciare dentro ad una piccola fessura per vedere un ragazzo in divisa beige. Ha la faccia seria, stanca, annoiata. Ci chiede 35 dollari a testa, 5 in più rispetto al previsto. È risaputo che nelle frontiere via terra, chiedano soldi extra con le motivazioni più varie, illegalmente.

Con le dovute maniere, spieghiamo che siamo a conoscenza del prezzario ufficiale, e che non sia corretto il suo modo di fare.

Di risposta, l’ufficiale sbatte sul tavolo i nostri passaporti e dice che non può aiutarci se non paghiamo quello che dobbiamo. Cerchiamo di mantenerci calmi e rispettosi, e chiediamo nuovamente ulteriori spiegazioni.

La reazione è quella di un ragazzo furibondo che inizia a urlare a squarciagola “35 dollari, dovete pagare 35 dollari, 35 dollari e stop”. Una scena che ha dell’incredibile.

Al ché, stupiti e irritati dalla reazione del doganiere, ci mettiamo in disparte e cerchiamo di fare il punto della situazione e di scegliere la migliore strategia d’attacco. Le opzioni sono: aspettare e vedere chi cede per primo (in Vietnam aveva funzionato) o pagare e andare.

Dato che i km in programma sono ancora tanti, e avendo letto online di persone che hanno dovuto aspettare fino a 50/60 minuti, non ci sembra assolutamente il caso di impegnare del tempo prezioso in questo modo. Anche se sarebbe stata la scelta più giusta da fare, quella di aspettare e di non pagare la tassa extra, decidiamo di cedere e procedere.

E così, nel giro di pochissimi minuti, abbiamo tra le mani il nostro visto bello e pronto. Salutiamo il doganiere sgarbato, prendendoci gioco di lui, ballando e canticchiando “peace and love”. Sì, è vero: non si fa. Ma non abbiamo resistito!

Ci rimettiamo in sella e ci accorgiamo immediatamente di come la situazione sia cambiata: la strada è sterrata, a brevi tratti asfaltata, con piccole dune di ghiaia ai lati (molto pericolose per chi viaggia su due ruote). Anche la natura è diventata più brulla, più disordinata, più inospitale.

Le automobili corrono veloci, alzando ogni volta che passano una grande nuvola di polvere. E viaggiano veloci, troppo veloci e troppo vicine a noi. E per di più suonano sempre il clacson.

Ai lati delle strade, tutt’intorno a noi, c’è della spazzatura. Le persone gettano a terra qualunque cosa non gli serva. Insomma, la sensazione è quella di essere tornati indietro, un po’ come in Cina e in Vietnam. E la cosa non ci piace affatto.

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